Esiste uno Sguardo Fotografico Italiano? - The Visual Experience
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Mario Giacomelli

Il 14 marzo, Michele Smargiassi sul suo eccellente blog Fotocrazia ha pubblicato un’intervista a Gabriele Basilico riportata da Repubblica Sera. Pubblico la prima domanda e la risposta di Basilico prima di scrivere le mie considerazioni:

Smargiassi: Basilico, esiste uno sguardo fotografico italiano?

Basilico: Se ne esiste uno, non l’abbiamo creato noi italiani. La fotografia italiana è sempre stata costruita culturalmente sotto l’influenza di miti stranieri. Sono le opinioni sull’Italia fuori dall’Italia a definire cos’è una fotografia tipica italiana. Le fotografie di Letizia Battaglia per esempio sono riconosciute come italianissime perché raccontano la mafia, che è un cliché dell’italianità per il mondo. I curatori stranieri promuovono quel che pensano sia tipico italiano, cercano immagini che rievochino il neorealismo, oppure un certo surrealismo felliniano. Negli anni Ottanta un curatore americano, Charles Traub, mi chiese stupito come mai non ci fossero grandi fotografi italiani di cibo, “con la vostra cucina…”.

Parlare della fotografia in Italia è sempre stato un discorso promiscuo; confusione tra tecnica e cultura, poi confusione tra politica e l’immagine, poi confusione tra stile e storia etc. Mi sono tirato indietro da questa confusione anni fa per mille motivi tra cui anche una mia difficoltà nel capire la promiscuità dei discorsi. Questa intervista a Basilico riporta in superficie, con apprezzabile  onestà, la questione di uno stile “italiano” riconoscibile nel mondo. Vista l’abitudine a riconoscere molti stili italiani nel mondo (con il conseguente rinforzo dell’orgoglio nazionale) vorrei spostare la questione su un altro piano. Lo faccio perché trovo particolarmente stucchevole le volte in cui si confonde l’orgoglio nazionale con un’analisi delle capacità individuali o, più propriamente, con la sua radice storica. Si trova la stessa difficoltà nel riconoscere la costruzione di una “scuola italiana” dietro l’intuito individuale di un artista o fotografo.

Basilico dice che l’italianità di un fotografo si decide all’estero e non in Italia. Sono gli stranieri che decidono se esiste una scuola o uno stile associato all’idea o valori di una nazione. Invece, non è così. Gli stranieri, al massimo, possono riconoscere una similitudine tra fotografi al punto da “proclamare” una fotografia “italiana”. E in questo senso che il monotematico sviluppo del “Paessaggio italiano”  promosso con fervore da oltre trent’anni ha, a mio parere, indebolito se non distrutto l’emergenza di una vera “scuola italiana” di fotografia. La fotografia “americana” non esclude le contraddizioni stilistiche, anzi, forse le esalta. Tra Edward Weston e Gary Winnogrand, non si può certamente parlare di coerenza stilistica, nè tra un Ansel Adams e un Davide La Chapelle. Inoltre, la Fotografia Americana è spesso stata il risultato di centinaia di giovani fotografi che imitavano la fotografia europea! Allora, perché riconosciamo uno stile “americano” e con molta più difficoltà uno stile “italiano”? A mio avviso la ragione sta nella miopia insistente di quanti hanno avuto, negli anni, la possibilità di promuovere la produzione fotografica italiana. Insistere sul “Paesaggio italiano” per oltre trent’anni ha indebolito tutta un miriade di stili dei fotografi italiani che avrebbero potuto influenzare la crescita di uno vero stile italiano. È vero, come dice Basilico, che gli italiani amano imitare gli stranieri. Basilico si è innamorato dei Becher, Berengo-Gardin di Cartier-Bresson, e tutta una serie di giovani italiani cercano di imitare Walker Evans. Ma perché non è mai cresciuta una scuola attorno a Mario Giacomelli? Oppure a Mario Cresci? Perché l’amore per il lavoro di Luigi Ghirri, col passare del tempo dopo la sua prematura morte, si è impoverito in una sterile ripetizione di interni vuoti o paesaggi in bolla? Perché pochi hanno colto l’intenso gioco intellettuale di Ghirri tra pensiero, parola e immagine? La risposta, secondo me, contiene anche la chiave del perché in Italia non ci sia cresciuto uno “stile” riconoscibile come italiano.

La risposta sta nell’incredulità di Basilico alla domanda di Charles Traub. Dice Basilico:

“Negli anni Ottanta un curatore americano, Charles Traub, mi chiese stupito come mai non ci fossero grandi fotografi italiani di cibo, “con la vostra cucina…”.

Mario Giacomelli

Basilico accoglie questa domanda come se fosse una domanda stereotipata, come quello che lega le foto di Letizia Battaglia alla Mafia oppure la visione di Fellini alla stereotipa della creatività italiana. Ma in realtà, perché non ci sono grandi fotografi di cibo in Italia? O meglio  perché i grandi fotografi di cibo in Italia non hanno mai avuto la riconoscenza culturale che meriterebbero? La risposta è che il loro “soggetto” non cade nella qualifica di “architettura” che si insegna all’università nè nella qualifica di “segni urbani” che giustifica in termini intellettuali la ricerca di Gabriele Basilico.

In Italia è nato il Futurismo. Se c’è stata una scuola propria italiana che ha influenzato il mondo occidentale nei tempi moderni è, indubbiamente, il Futurismo. Il Manifesto Futurista rappresentava i suoi tempi, i miti del suo tempo: il cambiamento , la velocità, il dinamismo sociale, lo smantellamento del mondo antico, ottocentesco, la nascita del nuovo, la scoperta della psicologia. Nel Futurismo ogni artista ha partecipato con il suo contributo, ognuno rappresentava visualmente il cambiamento in atto. Se guardiamo con attenzione, troviamo ancora oggi dappertutto la grande influenza visiva del Futurismo: dalla moda di Giorgio Armani e Dolce & Gabbana alle sigle di MTV. Il Futurismo si fa ancora sentire. Nel movimento culturale futurista, gli artisti italiani hanno potuto esplorare nuovi linguaggi e nuove rappresentazioni. Era un movimento artistico contro il passato.

Invece, oggi e nel recente passato, abbiamo trovato un atteggiamento della cultura italiana molto diverso. Invece di rompere con le tradizioni, la nuova cultura fotografica italiana, e il mondo che ci gira attorno, ha fatto di tutto per saldare le radici con il passato. Ha cercato in tutti i modo di istituzionalizzare la cultura attuale. Volevo raggiungere i successi stranieri già consolidati. Costruire archivi e costruire musei. I risultati sono facile a valutare. Invece di creare una cultura vera, si è copiata una cultura straniera, istituzionalizzata, codificata per la storia. Invece di incoraggiare l’esplorazione dei cambiamenti in atto, una gran parte della cultura italiana ha cercato di saldare le sue radici con il passato. Invece di cogliere soggetti nuovi e sentimenti in transizione, ha deciso di analizzare i segni codificati del passato. I giovani, in questo modo, hanno contributo all’invecchiamento della cultura fotografica italiana.

È come se fosse di natura più dignitosa e meritevole riflettere sugli spazi urbani (distrutti in Italia ovunque dai politici e architetti italiani) che sul cibo. Persino un lettore che risponde al blog di Smargiassi insinua che davanti al cibo gli italiani mangiano, non fanno domande inutili come quella di Charles Traub. Ma di fatto, non è mai stato incoraggiata un’indagine visiva sul cibo dalla critica italiana o dalle scuole o da chiunque che gestisse la “cultura” perché il soggetto “cibo” non appartiene al gotha dei soggetti degni della Cultura.

Il risultato di questo atteggiamento è l’impoverimento del dialogo tra chi fa arte e comunicazione e chi riceve i messaggi prodotti. I fotografi italiani, e soprattutto i critici e promotori della cultura italiana, si sono persi in una corsa a raggiungere la fama e il prestigio già raggiunti all’estero, per la fotografia, nel secolo scorso. Si sono aggrappati a “temi” politically correct come il reportage o il paesaggio urbano che hanno garantito finanziamenti da un mondo politico non in grado di percepire un’arte o comunicazione più dialettica con la realtà. La cultura italiana, tutt’oggi, preferisce confermare valore, temi, soggetti e, soprattutto, stili già accreditati e corroborati dalla cultura internazionale anziché coltivare e confermare un’indagine visiva sulla realtà italiana. Pur di evitare i temi “stereotipati” come la Mafia, il cibo, la fantasia e lo stile di vita italiano, la fotografia italiana si è ritirata in un angolo formale dove si è costituito un autoreferenziale orgoglio. Tutto ciò mi pare molto miope e triste.

Un occhio critico alla società italiana è così passato, senza che nessuno se ne accorgesse, dalla fotografia al cinema e alla TV alternativa di un Ciprio e Marreschi o un Maccio Capatondi. Le contraddizioni sociali e culturali che non sono ritenuti politically correct quanto la lotta della classe operaia oppure la creazione di non-luoghi, sono stati nascosti e tenuti lontani dell’indagine fotografica che resta immobile in un auto-compiaciuto mondo di spazi vuoti ripresi in bolla. La vita, però, non occupa gli spazi vuoti e non è, certamente, mai in bolla. C’è stata una “corsa al greggio” di adeguarsi a temi semplici e ideologicamente accettabili anziché cogliere il flusso di domande che crescevano giorno per giorno attorno ad un paese intellettualmente tradizionalista e ideologicizzato.

Questo atteggiamento, questa miopia culturale, pervade l’Italia insieme all’altra faccia dell’orgoglio nazionale che è il senso storico di inferiorità culturale. Ma mi chiedo, non siamo di fronte un’altra volta all’ambiguità di non essere all’altezza della grande cultura italiana? Lo snobismo intellettuale che permea i giudizi sulla cultura in Italia sta proprio alla base della sua inferiorità culturale. Invece di un dialogo tra vita reale e produzione artistica, si crea un falso dialogo tra “idee” e produzione artistica, dove il privilegio resta nell’idee e non nel legame dialettica tra vita reale e produzione culturale.

In breve, certi soggetti e certi “stili” non sono ammessi in Italia. O stai della parte della “cultura” oppure sei fuori della zona di osservazione. Se fai fotografia di cibo, semplicemente non sei “culturalmente” interessante. Ed è proprio qui dove sta il fallimento della “grande” cultura italiana. Rimanere legati a “temi” tradizionali se non addirittura arcaici, soffoca quell’ humus culturale necessario per produrre una vera cultura contemporanea. La “grande” cultura italiana si è infossata dal momento in cui si preoccupa più della sua “immagine” di prestigio che dal suo contenuto culturale. Questo è perché, a mio avviso, non esiste uno stile “italiano” in fotografia.

Edward Rozzo

Massimo Cristaldi



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Michele Smargiassi April 11, 2012 at 11:31

Grazie Edward per la tua articolata interessante riflessione. Inserisco qui la risposta che ti ho dato anche in Fotocrazia.

In realtà penso che Traub fosse semplicemente disinformato. C’è ottima fotografia “di cibo” in Italia, se allarghiamo un po’ il concettop dalla natura morta magari a uso pubbliciatio alla fotografia del cibo come cultura, come antropologia, come socialità.

Me ne sono io stesso occupato almeno un paio di volte, scrivendo a fianco di Guido Vergani il testo del volume Italiani a tavola (Mazzotta 2003) e a fianco di Lucia Miodini la prefazione al monumentale lavoro collettivo Immagini del gusto (Fiaf 2008). A maggior ragione credo che Basilico abbia fatto bene a citare quella frase basata su un doppio stereotipo: che l’Italia sia un paese dove bisogna per forza fotografare il cibo, e che i fotografi italiani non sappiano farlo…

Il Fotocrate

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Edward Rozzo April 11, 2012 at 17:10

Ciao Michele, ti ringrazio per la risposta. Ovviamente il mio commento cerca di approfondire una questione alquanto complessa: l'origine di uno stile nazionale. A parte la scelta di soggetto a cui facciamo tutti e due riferimento, volevo cercare di identificare qualche elemento di base che ha reso difficile la crescita, se non il fiorire, di scuole diverse nel campo della fotografia in Italia. La mia impressione, nonostante i successi personali di vari fotografi italiani, è che una scuola italiana della fotografia nel senso di un insieme di stili riconoscibili come espressione italiana, ha sempre faticato ad emergere. Non che la qualità dei singoli fotografi sia mancata ma nell'insieme, la "cultura" della fotografia in Italia è sempre rimasta limitata. Tu hai sempre fatto molto per penetrare e mettere in discussione questo mondo. Io, personalmente, cerco di contribuire ad un ampliamento di visione culturale e, di conseguenza, di cultura fotografica. Non è sempre facile discutere perché la critica non è mai presa come dialettica quanto come accusa. Allora, non si discute più. Ogni uno si ritira nel proprio angolo e chi grida più forte detta legge. Che Charles Traub fosse disinformato è più che possibile ma che la sua richiesta sia messa da parte solo perché rappresenta un stereotipo della cultura italiana tradisce un'atteggiamento un po' provinciale nei confronti di una domanda genuinamente naif, ma forse più profonda ad una seconda lettura.

A mio avviso Traub non sta insinuando che i fotografi italiani non sappiano fotografare il cibo, lui sta chiedendo, di fatto, perché non ha mai visto questo tipo di immagini da fonte italiana! Si domanda, mi sembra di capire, quanto sia strano che i fotografi italiani che emergono come autori non fanno una riflessione su un aspetto della cultura italiana riconosciuto nel mondo intero. Invece tanto Basilico che altri ridono dell'ingenuità della domanda di Traub. Come se fosse ridicola. I veri temi della cultura "importanti" per gli italiani sono, per citarne alcuni, reportage e paesaggio urbano. Ma io dico che questa è una scelta, al limite, faziosa. Ecco perché la domanda di Traub non è così marginale e naif. Ho cercato di sottolineare che forse in Italia si sono seguiti molto bene gli stili sviluppati altrove come il reportage e la paesaggistica, ma che la base della cultura italiana, basata su costumi sociali quali, ad esempio, il cibo, non era forse considerata un terreno idoneo di indagine visiva. Non volevo insinuare che nessuno lo fa, ma soltanto che, all'atto pratico, culturalmente non emerge. Infatti, tu citi due mostre, una della Fiaf e l'altra creata per le stazioni ferroviarie di Roma e Milano. Nessuna delle due ha enfatizzato gli stili fotografici adottati o gli artisti inclusi nelle rassegne. Non sono, di fatto, mostre d'arte ne d'autore come si suol dire in Italia. Sono state più espressioni sociali (con delle ottime immagini) che espressioni di cultura emergente. È come utilizzare le foto di Basilico per illustrare le Pagine Gialle. Forse questo è un discorso troppo complesso per un intervento così sintetico, ma credo che sia un discorso che vale seria riflessione.

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Iaia Gagliani April 16, 2012 at 13:48

Sono arrivata a lei tramite il suo interessante intervento sul Blog di Smargiassi.

Incuriosita sono andata a vedere i suoi siti e mi congratulo con lei e i suoi soci per la vostra attività.

Condivido le tue perplessità.

Qualche ora fa da Sotheby's, in occasione dell'asta di Forma, ho avuto la netta percezione che purtroppo la cosiddetta Fotografia in Italia sia confinata in un recinto che non ha nulla a che vedere con la rete globale a cui ognuno di noi, quotidianamente, fa riferimento. Gelosie, pruderie, antipatie, manie di protagonismo, e quant'altro mai….

La domanda è: riusciremo mai ad uscire dall'anacronistico recinto in cui ci siamo infilati?

Mi auguro di leggere ancora i tuoi interventi.

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Edward Rozzo June 2, 2012 at 06:30

È curioso che nessuno altro ha riprese la questione sul nostro sito. Smargiassi ha risposto altrove, lasciando un po' perdere la questione. Ma la questione rimane e mi permetterei di dire, si lega anche ad una situazione generale in Italia. Non ha caso, la produttività italiana è stagnante o in calo da oltre dieci anni, ma pochi cercano una visione globale alla questione. Molti si soffermano sui dettagli, dicendo, "..no, no è vero" oppure, "… ma gli altri non stanno certo meglio" come se tutto fosse normale. Io non so se le questioni italiani siano solo autoctono oppure globale, fatto sta che qui, in Italia, viviamo in una cultura tradizionale, anacronistica e molte volte, miope. Il motivo è complesso, storico, antropologico e individuale ma i risultati si percepiscono nella nazione intera. Quindi, ribadisco, la questione sta nelle incapacità di proteggere un dialogo, di coltivare le differenze e non i campanilismi, i partiti, i gruppi e le parrocchie. È da oltre trent'anni che lo dico ed è da oltre trent'anni che ricevo negazioni da tutte le parti. Strano paese di orbi che credono di vedere la luce.

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