Edizioni limitate e diritto d'autore: Sobel vs Eggleston - The Visual Experience
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William Eggleston, il celebre Triciclo

Non è passata sotto silenzio, essendo alla ripresa anche dalla Reuters, dopo il Wall Street Journal e PDN, la causa che Johnatan Sobel, un collezionista – anzi uno dei collezionisti più importanti delle fotografie dell’adesso settantadueenne William Eggleston – , ha intentato a proprio a Eggleston.

Se tralasciamo l’aspetto umano per cui un ammiratore di un artista fa causa all’artista stesso (se si legge il punto 14 del testo della citazione si scopre che Sobel ha persino supportato la carriera di Eggleston) e la consuetudine, molto americana, di rivolgersi facilmente ad un giudice, non ci resta che concentrarci sugli aspetti d’interesse della questione.

In sintesi: Eggleston decide di fare delle nuove stampe, digitali e di grande formato, di fotografie in edizione limitata di venti esemplari, alcune delle quali possedute da Sobel. Ne fa 36 (chissè perchè certi numeri sono proprio nel DNA dei fotografi) e le mette all’asta con Christie’s finendo per guadagnare quasi sei milioni di dollari.

Sobel insorge: il suo lavoro di collezionare le opere di Eggleston, la sua ricerca durata 10 anni (ne possiede ben 190): tutto è stato vanificato. Otto delle opere in suo possesso erano infatti parte delle 36 big size vendute da Christie’s. E, quindi, visto che lui aveva comprato le foto come parte di edizioni limitate, il ritrovarsi nuovi esemplari gli procura un danno economico. Nel mercato dell’arte infatti il basso numero di copie è, in genere, un fattore di valore. Materiale sufficiente per intentare una causa nei confronti dell’autore e della fondazione che gestisce la sua opere (un’impresa di famiglia dove sono presenti i figli di Eggleston).

Ovviamente si tratta di una causa parecchio difficile da vincere: Sobel dovrebbe dimostrare di aver ricevuto un danno economico (e, a detta di alcuni, questa nuova edizione di opere di Eggleston può semmai aver innalzato le quotazioni dell’Autore) e, inoltre, dovrebbe dimostrare che Eggleston non aveva il diritto di fare nuove stampe, cosa questa alquanto improbabile visto che il diritto rimane sempre in mano all’Autore.

Inutile dire che si sono levati cori pro o contro Eggleston. Uno dei più significativi il giudizio di Holdeman, che gestisce l’arte contemporanea per Christie’s, che in un evidente ‘cicero pro domo sua’ dice:

“Eggleston è stato un po’ compresso nella vecchia scuola dei collezionisti di fotografia per molto tempo. Per questi ultimi le questioni più importanti erano i processi, i tipi di stampa, le date della stampa etc. Per i collezionisti d’arte contemporanei è tutto invece incentrato sull’OGGETTO in se. Non interessa se è un dye transfer o una stampa a pigmenti o altro: che l’oggetto in se sia assolutamente strepitoso, questo è quello che interessa.”

Un evidente smacco per Sobel che, da grosso collezionista nel mondo della fotografia, diventa un collezionista ordinario nell’ambito del mercato più grande dell’arte contemporanea in generale, come giustamente sostiene Felix Salmon.

D’altra parte, nelle voci “contro”, quella dell’autorevole gallerista (di soli fotografi) Robert Mann:

“Se offri un’immagine in più dimensioni e tirature quanto il lavoro viene resto noto per la prima volta, si è assolutamente chiari negli intenti. Ma se decidi anni dopo di fare qualcosa di nuovo, e non si era fatta menzione di questo prima, penso che in qualche modo si stia tradendo il proprio mercato.”

Credo che nella vicenda l’aspetto più interessante sia quello del nuovo posizionamento dell’autore in un mercato non soltanto prettamente fotografico ma più in generale, legato all’arte contemporanea. E questo riposizionamento, nel caso di un grande maestro come Eggleston, è, a mio avviso più che giustificato (anzi proprio auspicabile) e testimoniato dal passaggio di Eggleston alla scuderia di Larry Gagosian.

L’anno scorso, a NYC, visitando la mostra presso Gagosian di Gregory Crewdson, mi ero stupito dal vedere le fotografie del suo lavoro “Sanctuary”: delle stampe a pigmento, di qualità molto discutibile, di un lavoro fatto a Cinecittà. Un qualcosa che in una galleria prettamente “fotografica”, come quella di Mann, avrebbe fatto arricciare il naso a più di un collezionista. Ma che, in un ambiente non “fossilizzato” probabilmente è stato acquistato, citando Hodelman, perché “bello in assoluto”, a prezzi orbitanti attorno 15.000 dollari per 60x40cm a dispetto dal come è stampato e da quale macchina fotografica è stato ripreso.

William Eggleston

Forse un segno dei tempi, uno sdoganamento della fotografia verso un ruolo più importante nell’arte contemporanea, fatto da una Maestro come Eggleston che, peraltro, con l’odierna tendenza al gigantismo nelle stampe tipico di oggi, migra anche dimensione intima delle sue stampe a contatto alla dimensione plateale del 150×100 cm.

Facile quindi non ritrovarsi ad apprezzare il gesto, i 6 milioni che Eggleston ha messo su per la se e la sua famiglia quando ancora in vita con buona pace per Sobel e le sue stampe vintage. Non so se sarei ugualmente tenero nel giudizio con un fotografo di secondaria importanza, ma nel caso del maestro, le cui immagini sono un patrimonio dell’umanità mi sembra tutto sommato semmai un peccato “veniale”.

E a voi?

Massimo Cristaldi



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