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Questo articolo, tradotto dall’originale in inglese, è parte di un interessante dibattito tra Edward Rozzo e Joerg Colberg sulle nuove frontiere, l’utilizzo delle APP e quello che sta accadendo alla fotografia ai nostri giorni. Gli articoli originali, pubblicati in inglese, sono disponibili ai seguenti links. Si rimanda il lettore all’approfondimento in inglese dei testi.

1. Colberg: http://jmcolberg.com/weblog/extended/archives/pho…
2. TVE Rozzo: http://www.thevisualexperience.org/web/photograph…
3. Colberg: http://jmcolberg.com/weblog/extended/archives/pho…
4. TVE Rozzo: http://www.thevisualexperience.org/web/photograph…

Dopo aver letto con interesse lo stimolante articolo di Joerg Colberg riguardo il conservatorismo nella fotografia contemporanea e la tendenza degli utenti di smartphone di imitare vecchie macchine e obbiettivi e relativi risulati con il semplice clic di un dito, vorrei aggiungere un paio di riflessioni utili per la comprensione della questione legata al conservatorismo/tradizionalismo nella fotografia d’arte contemporanea, non solo per esplorare l’interessante punto di vista di Colberg, ma anche per analizzare quanto sta accadendo nella fotografia e nel mondo delle arti visive nel 2012.

Prima di tutto lasciatemi dire che sono d’accordo praticamente con tutte le osservazioni di Colberg, chiare e aperte, così com’è il suo solito approccio al mondo della fotografia. Le domande, i dubbi e i commenti sono però inevitabilmente un pò più ambigui quando lui, o chiunque di noi, cerca di chiarire il significato di “spingere i confini” del mezzo fotografico. Ovviamente, ognuno di noi reagisce soggettivamente a un complesso campo di riflessione. Questo campo comprende non solo la fotografia come la conosciamo – la realizzazione di singole immagini con una qualsiasi macchina fotografica – ma tutta la complessità delle immagini che vediamo ogni giorno nel nostro quotidiano, viaggiando, acquistando, guardando, ecc. In realtà, il suo articolo tratta così tante questioni di interesse che mi riprometto di scrivere una serie di articoli per affrontare quelle che mi colpiscono di più.

Il merito dell’articolo di Colberg sta proprio nel suo tentativo di provare a catturare la confusione e il cambio di significato dell’immagine fotografica intorno e dentro di noi, durante questo periodo storico. Proprio come il movimento femminista ha cambiato non solo le femministe, ma praticamente tutti i rapporti umani nella maggior parte del mondo industriale, insieme a questioni di identità sessuale negli anni a venire, la domanda di Colberg è un coraggioso tentativo di fermare alcune delle soggettività free-flowing e free-wheeling della cultura contemporanea. Sta cercando di chiamare le cose col loro nome.

Ha ragione, “la maggior parte dei professionisti è incredibilmente conservatrice per quanto riguarda il mezzo fotografico”. La maggior parte dei fotografi imita il passato: tecniche del passato, visioni del passato, storie passate. Ha ragione ad accusare curatori ed editori. D’altra parte, stanno tutti giocando un gioco diverso e le regole sono abbastanza tradizionali. Se devi vendere le immagini in un mercato aperto, non puoi sostenere solo la spinta verso l’innovazione (visuale), perché andresti in fallimento in un istante. Il pubblico comune non è né colto né ha buon senso, di conseguenza curatori ed editori devono affrontare in qualche modo il loro pubblico. In un periodo di incertezza culturale (come la nostra), tutti guardano al passato che è confortante e dà valori a cui aggrapparsi. Ma questa è una questione sociologica/psicologica che riguarda, in termini generali, il senso della cultura.

Curatori o editori (confusi quanto il resto di noi), non hanno il compito essere in prima linea. I critici, d’altro canto, dovrebbero essere in una posizione migliore per esplorare e, eventualmente, spiegare dove sta andando l’espressione visiva. Purtroppo, anche questo gruppo di professionisti cade spesso nella contrattazione soggettiva (a scapito di un progresso collettivo), al fine di preservare la propria possibilità di vedersi pubblicati.

Così, alla fine, ognuno ha in qualche misura le mani legate, il che significa che i fotografi che spingono verso i confini del “medium” fotografico probabilmente non vengono sostenuti bene da nessuno. Questo è il valore di quanto scrive Colberg, che non ha le mani legate, così da poter dire quello che vuole, quando vuole e come vuole. E fa un buon lavoro da un bel pò di tempo. Come si dice in Francia, chapeau.

Per esplorare la questione della fotografia come ancora contributo fondamentale alla nostra cultura visiva, che è, credo, alla base dell’indagine di Colberg, provo a fare un breve excursus storico. La fotografia è stata rivolta al passato per parecchio tempo. Ha iniziato godendo del suo neo-ritrovato prestigio intorno all’inizio degli anni ’80 quando “maestri” si sono consolidati e il mercato delle stampe fotografiche è diventato il mercato Fine Art per la fotografia; la fotografia reale, la fotografia molto, molto seria, come i Maestri: Alfred, Henri, Edward e Eugene (Steiglitz, Cartier-Bresson, Weston e Atget). Questi, e molti altri, sono stati seguiti dalla “nuova” generazione (già passata) di Harry Callahan, Robert Frank, Irving Penn, Richard Avedon e simili.

 

Grandi maestri della fotografia contemporanea che realmente hanno ampliato ed esplorato il significato dell’immagine fotografica. Ma poi le scuole hanno iniziato a buttarlo giù. Grandi università, prima negli Stati Uniti e poi in tutta Europa, hanno iniziato a rilasciare di diplomi in Fotografia e la selezione dei “pochi eletti” del passato è diventata la generazione del baby boom di fotografi d’arte che esplodono sulla nostra cultura consumistica. Reportage da Cartier-Bresson attraverso Frank, Winnogrand e Friedlander divengono la lingua comune della narrazione fotografica per i baby boomers. Aggiungi questo alla conoscenza di aver acquisto un diploma universitario, la consapevolezza di un catalogo in continua espansione in tutto il mondo, la rivoluzione hippy del ’68 e infine aggiungi pure Nan Goldin, Cindy Sherman e Martin Parr. Aggiungi la liberazione gay e la globalizzazione culturale dei consumatori e si ottiene Pierre & Gilles e David LaChapelle. La Fotografia in quanto tale si è in realtà evoluta solo un pò.

Questo cosa ci dimostra? 1, la fotografia non è mai rimasta all’interno dei suoi confini artistici. Alla fine, la consapevolezza intellettuale e la poesia visiva di Steiglitz non sono tanto più importanti dell’idea di Weegee di puntare un flash in faccia a qualcuno mentre lo si guarda morire in una pozza di sangue. Steiglitz creava sul profondo corpo emozionale che l’immagine fotografica avrebbe potuto rappresentare, mentre Weegee stava facendo venticinque centesimi a foto con la storia della fotografia, calpestando i sentimenti della gente. Per nulla artistica ma Weegee ha spinto assieme a Steiglitz i confini, specialmente quelli fotografici. 2, questo dimostra che la divisione, a cui tengono i fotografi d’arte contemporanea, tra fotografia artistica e commerciale non è mai stata una linea guida per la qualità.

E questo ci mostra inoltre che l’innovazione tecnologica non è realmente alla base del cambiamento culturale. I fotografi d’arte sono il risultato della massiccia diffusione delle lauree universitarie in fotografia. Il modello predefinito è un posto di insegnante da qualche parte e una mostra personale di tanto in tanto per mantenere fluido il prestigio. Io non sono contro tutto questo, anch’io ho una laurea in fotografia e mi piacciono molto le immagini d’arte, ma sto semplicemente cercando di descrivere un pò oggettivamente la complessità dell’uso della fotografia in questo mondo di consumatori/industrializzato/globalizzato. Sto solo cercando di aiutare, Joerg.

Siccome Colberg inizia con una questione culturale (il valore dell’espressione fotografica contemporanea) legata ad una invenzione tecnologica (immagini digitali), si potrebbe chiedere, quale ruolo ha svolto la tecnologia nel recente passato? Che differenza culturale ci sarebbe stata se ci fossero o non fossero state Kodachrome, misurazione spot o le tecnologie T-Max? Qui, penso, è uno dei punti di Colberg che ha bisogno di un pò più chiarezza. Non credo che la tecnologia in realtà “guida” il cambiamento culturale, come insinua Colberg. Certamente può cambiare metodi di lavoro e le possibilità linguistiche. Si potrebbero ottenere colori più profondi e ricchi da una Kodachrome che da Ektachrome, ma quella era una questione tecnica. Ha fatto veramente cambiare i parametri della fotografia? A parte l’uso eccezionale dei fotografi del National Geographic, ha cambiato molto il mondo “fine art”? Direi di no. Ma, è vero, l’invenzione della macchina fotografica da 35 millimetri Leica ha avuto un’enorme influenza sulla storia della fotografia. Così sembra che alcuni cambiamenti tecnologici influiscono sulla storia e altri meno. L’invenzione del formato 35mm ha avuto effetti mentre l’invenzione del formato 2 pollici e ¼ ha avuto poco impatto. La rivoluzione digitale ha avuto un grande impatto sulla storia della fotografia? Colberg sembra pensare che non abbiamo ancora percepito un gran cambiamento rispetto alle vecchie abitudini analogiche. Direi che la rivoluzione digitale è stata proprio questa. Ha cambiato il modo in cui percepiamo un’immagine. E non è poco.

Quindi, supponendo sia quello il grande passo, può, o dovrei dire, potrebbe la fotografia digitale significare così tanto per il linguaggio fotografico? La mia risposta è sicuramente sì, avrebbe potuto e ha cambiato il significato della fotografia. Ma dove Colberg, e molti con il suo stesso punto di vista, cercano il cambiamento non è dove è necessariamente accaduto. Possiamo capire questa domanda, guardando gli esempi che Joerg Colberg utilizza per illustrare il suo punto di vista. Egli sceglie la gente che, secondo lui, sta cercando di cambiare il significato della fotografia e superare i propri limiti (cosa Colberg trova gratificante e significativa), ma guardando gli stessi autori (Marco Breuer, Gerhard Richter e Matthew Brandt), si potrebbe giungere ad una conclusione molto diversa.

Cerco di riformulare la questione in modo da essere chiaro. Colberg sente (provocatoriamente) che la fotografia contemporanea non è altro che un mix di tradizioni consolidate, ben eseguite, ma molto tradizionale. Sono in pochi a cercare di capire dove potrebbe portarci l’espressione digitale, si limitano solo ad utilizzare la fotocamera digitale per fare foto analogiche più facilmente e in situazioni più difficili (poca luce, per esempio). Ok. Tutto vero. Le macchine fotografiche digitali ci danno molto più libertà nello scattare le nostre fotografie e ci permettono di catturare immagini in posti in cui sarebbe stato davvero impossibile solo pochi anni fa (100.000 ASA non era nella mente di Kodak nella metà degli anni ’80). Afferma inoltre che neppure la manipolazione è molto nuova, è stato fatto dai fotografi dopo l’invenzione del mezzo stesso. Ma c’è una bella differenza tra un paio di fotografi che utilizzano negativi multipli per manipolare le immagini al fine di narrare una storia e milioni di persone che utilizzano Photoshop ogni giorno per modificare il significato delle immagini attraverso la manipolazione. La manipolazione digitale cambia il significato stesso dell’immagine fotografica e qui sta la vera rivoluzione che ha già avuto luogo.

L’equivalenza popolare di immagine fotografica = realtà è stata definitivamente alterata. Tutti, o quasi chiunque sia “visivamente letterato”, sa che non può più fidarsi di un immagine per comprendere la realtà. Tutte le immagini sono semplicemente rappresentazioni soggettive. Questa era la base di molti corsi universitari sulla cultura visiva, esplorando il mito della realtà fotografica.

Questa nuova concezione è davvero una nuova realtà, e altera il modo in cui percepiamo il mondo intorno a noi. Ha aperto una questione molto più profonda di come noi oggi attribuiamo significato a ciò che vediamo. In pratica noi non crediamo più ai nostri occhi. La realtà sta diventando un sostituto molto debole per il mondo digitale di perfezione e fantasia. In questo quadro mentale, abbiamo potuto vedere le foto di Doug Rickard, prese direttamente da Google, in una luce molto diversa. Colberg confonde lanovità con il significato o equivoca uno sforzo relativo con qualche tipo di giudizio sul valore di ciò che è stato realizzato.

Quella che ha già avuto luogo è un’incredibile rivoluzione. Molti fotografi negli ultimi venti o trenta anni hanno eluso questo imminente cambiamento (Sandy Skoglund, Cindy Sherman), ma la fotografia digitale l’ha reso una realtà sconvolgente. Il punto è che non necessariamente vedi gli effetti di questo cambiamento nelle gallerie d’arte o nelle mostre fotografiche. Qui, come afferma Colberg, il mondo dell’arte ha, come dire, perso la direzione. Per essere un pò più duro, ha perso l’occasione (ha perso il treno).

Mentre i giovani fotografi sono sempre più fotografi smartphone,i fotografi veri, quelli che fanno Fine-Art, quelli con una laurea che devono giustificare la loro educazione, stanno diventando sempre più autistici mentre giocano in piccoli angoli al fine di schivare la rivoluzione che si svolge giorno per giorno al di fuori del loro mondo. Molto spesso, la narcisistica espressione di sé ha preso il posto della definizione di intellettuale. Questo ha impoverito enormemente la fotografia contemporanea ed è qui che, credo, Colberg ha efficacemente puntato il dito.

Ma il superamento dei limiti che Colberg chiede provocatoriamente è, in realtà, già avvenuto. E’, dopo tutto, una questione culturale e non necessariamente visuale. Mapplethorp, come Giotto, era rivoluzionario per le scelte dei soggetti e non necessariamente per le scelte tecniche.

Apprezzo molto quello che i fotografi, citando positivamente Colberg, stanno facendo, ma il loro lavoro non sta spingendo i limiti della fotografia digitale anche lateralmente, sta semplicemente giocando con la tecnica e il suo impatto visivo con l’eterna relazione tra segni grafici e inconscio. Semiotica inconsapevole. Questo è ciò che l’Espressionismo Astratto ha fatto nei primi anni ’50 nel mondo della pittura, è anche ciò che antichi ceramisti sumeri hanno fatto 4000 anni prima della nascita di Cristo, quando hanno decorato pentole e utensili quotidiani con segni astratti, percepiti come un modo di dare agli oggetti in questione un valore e significato sovrannaturale, che trascende la banalità della vita quotidiana. Ci sarà sempre un mercato di strumenti visivi che ci permettono di esplorare noi stessi.

La fotografia ci ha aiutato a dare un senso a quello che è successo intorno a noi. Ci ha aiutato a scoprire il mondo. Oggi, spesso ci fa sbadigliare. La superficialità di molte immagini è dovuto ad alcuni dei fattori di cui Colberg parla; curatori ed editori che cercano di inventare o trovare valore interpretando le immagini che trattano o che sono invitati a trattare; fotografi che non esplorano a sufficenza qualcosa di nuovo che non sia la loro infanzia, fanciullezza o cortile. La reale perdita è che anche loro non vedono molto significato neanche lì.

Edward Rozzo



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