La fotografia dopo la fotografia: una bella domanda, Joerg - The Visual Experience
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Questo articolo, tradotto dall’originale in inglese, è parte di un interessante dibattito tra Edward Rozzo e Joerg Colberg sulle nuove frontiere, l’utilizzo delle APP e quello che sta accadendo alla fotografia ai nostri giorni. Gli articoli originali, pubblicati in inglese, sono disponibili ai seguenti links. Si rimanda il lettore all’approfondimento in inglese dei testi.

1. Colberg: http://jmcolberg.com/weblog/extended/archives/pho…
2. TVE Rozzo: http://www.thevisualexperience.org/web/photograph…
3. Colberg: http://jmcolberg.com/weblog/extended/archives/pho…
4. TVE Rozzo: http://www.thevisualexperience.org/web/photograph…

Dopo aver letto con interesse lo stimolante articolo di Joerg Colberg riguardo il conservatorismo nella fotografia contemporanea e la tendenza degli utenti di smartphone di imitare vecchie macchine e obbiettivi e relativi risulati con il semplice clic di un dito, vorrei aggiungere un paio di riflessioni utili per la comprensione della questione legata al conservatorismo/tradizionalismo nella fotografia d’arte contemporanea, non solo per esplorare l’interessante punto di vista di Colberg, ma anche per analizzare quanto sta accadendo nella fotografia e nel mondo delle arti visive nel 2012.

Prima di tutto lasciatemi dire che sono d’accordo praticamente con tutte le osservazioni di Colberg, chiare e aperte, così com’è il suo solito approccio al mondo della fotografia. Le domande, i dubbi e i commenti sono però inevitabilmente un pò più ambigui quando lui, o chiunque di noi, cerca di chiarire il significato di “spingere i confini” del mezzo fotografico. Ovviamente, ognuno di noi reagisce soggettivamente a un complesso campo di riflessione. Questo campo comprende non solo la fotografia come la conosciamo – la realizzazione di singole immagini con una qualsiasi macchina fotografica – ma tutta la complessità delle immagini che vediamo ogni giorno nel nostro quotidiano, viaggiando, acquistando, guardando, ecc. In realtà, il suo articolo tratta così tante questioni di interesse che mi riprometto di scrivere una serie di articoli per affrontare quelle che mi colpiscono di più.

Il merito dell’articolo di Colberg sta proprio nel suo tentativo di provare a catturare la confusione e il cambio di significato dell’immagine fotografica intorno e dentro di noi, durante questo periodo storico. Proprio come il movimento femminista ha cambiato non solo le femministe, ma praticamente tutti i rapporti umani nella maggior parte del mondo industriale, insieme a questioni di identità sessuale negli anni a venire, la domanda di Colberg è un coraggioso tentativo di fermare alcune delle soggettività free-flowing e free-wheeling della cultura contemporanea. Sta cercando di chiamare le cose col loro nome.

Ha ragione, “la maggior parte dei professionisti è incredibilmente conservatrice per quanto riguarda il mezzo fotografico”. La maggior parte dei fotografi imita il passato: tecniche del passato, visioni del passato, storie passate. Ha ragione ad accusare curatori ed editori. D’altra parte, stanno tutti giocando un gioco diverso e le regole sono abbastanza tradizionali. Se devi vendere le immagini in un mercato aperto, non puoi sostenere solo la spinta verso l’innovazione (visuale), perché andresti in fallimento in un istante. Il pubblico comune non è né colto né ha buon senso, di conseguenza curatori ed editori devono affrontare in qualche modo il loro pubblico. In un periodo di incertezza culturale (come la nostra), tutti guardano al passato che è confortante e dà valori a cui aggrapparsi. Ma questa è una questione sociologica/psicologica che riguarda, in termini generali, il senso della cultura.

Curatori o editori (confusi quanto il resto di noi), non hanno il compito essere in prima linea. I critici, d’altro canto, dovrebbero essere in una posizione migliore per esplorare e, eventualmente, spiegare dove sta andando l’espressione visiva. Purtroppo, anche questo gruppo di professionisti cade spesso nella contrattazione soggettiva (a scapito di un progresso collettivo), al fine di preservare la propria possibilità di vedersi pubblicati.

Così, alla fine, ognuno ha in qualche misura le mani legate, il che significa che i fotografi che spingono verso i confini del “medium” fotografico probabilmente non vengono sostenuti bene da nessuno. Questo è il valore di quanto scrive Colberg, che non ha le mani legate, così da poter dire quello che vuole, quando vuole e come vuole. E fa un buon lavoro da un bel pò di tempo. Come si dice in Francia, chapeau.

Per esplorare la questione della fotografia come ancora contributo fondamentale alla nostra cultura visiva, che è, credo, alla base dell’indagine di Colberg, provo a fare un breve excursus storico. La fotografia è stata rivolta al passato per parecchio tempo. Ha iniziato godendo del suo neo-ritrovato prestigio intorno all’inizio degli anni ’80 quando “maestri” si sono consolidati e il mercato delle stampe fotografiche è diventato il mercato Fine Art per la fotografia; la fotografia reale, la fotografia molto, molto seria, come i Maestri: Alfred, Henri, Edward e Eugene (Steiglitz, Cartier-Bresson, Weston e Atget). Questi, e molti altri, sono stati seguiti dalla “nuova” generazione (già passata) di Harry Callahan, Robert Frank, Irving Penn, Richard Avedon e simili.

 

Grandi maestri della fotografia contemporanea che realmente hanno ampliato ed esplorato il significato dell’immagine fotografica. Ma poi le scuole hanno iniziato a buttarlo giù. Grandi università, prima negli Stati Uniti e poi in tutta Europa, hanno iniziato a rilasciare di diplomi in Fotografia e la selezione dei “pochi eletti” del passato è diventata la generazione del baby boom di fotografi d’arte che esplodono sulla nostra cultura consumistica. Reportage da Cartier-Bresson attraverso Frank, Winnogrand e Friedlander divengono la lingua comune della narrazione fotografica per i baby boomers. Aggiungi questo alla conoscenza di aver acquisto un diploma universitario, la consapevolezza di un catalogo in continua espansione in tutto il mondo, la rivoluzione hippy del ’68 e infine aggiungi pure Nan Goldin, Cindy Sherman e Martin Parr. Aggiungi la liberazione gay e la globalizzazione culturale dei consumatori e si ottiene Pierre & Gilles e David LaChapelle. La Fotografia in quanto tale si è in realtà evoluta solo un pò.

Questo cosa ci dimostra? 1, la fotografia non è mai rimasta all’interno dei suoi confini artistici. Alla fine, la consapevolezza intellettuale e la poesia visiva di Steiglitz non sono tanto più importanti dell’idea di Weegee di puntare un flash in faccia a qualcuno mentre lo si guarda morire in una pozza di sangue. Steiglitz creava sul profondo corpo emozionale che l’immagine fotografica avrebbe potuto rappresentare, mentre Weegee stava facendo venticinque centesimi a foto con la storia della fotografia, calpestando i sentimenti della gente. Per nulla artistica ma Weegee ha spinto assieme a Steiglitz i confini, specialmente quelli fotografici. 2, questo dimostra che la divisione, a cui tengono i fotografi d’arte contemporanea, tra fotografia artistica e commerciale non è mai stata una linea guida per la qualità.

E questo ci mostra inoltre che l’innovazione tecnologica non è realmente alla base del cambiamento culturale. I fotografi d’arte sono il risultato della massiccia diffusione delle lauree universitarie in fotografia. Il modello predefinito è un posto di insegnante da qualche parte e una mostra personale di tanto in tanto per mantenere fluido il prestigio. Io non sono contro tutto questo, anch’io ho una laurea in fotografia e mi piacciono molto le immagini d’arte, ma sto semplicemente cercando di descrivere un pò oggettivamente la complessità dell’uso della fotografia in questo mondo di consumatori/industrializzato/globalizzato. Sto solo cercando di aiutare, Joerg.

Siccome Colberg inizia con una questione culturale (il valore dell’espressione fotografica contemporanea) legata ad una invenzione tecnologica (immagini digitali), si potrebbe chiedere, quale ruolo ha svolto la tecnologia nel recente passato? Che differenza culturale ci sarebbe stata se ci fossero o non fossero state Kodachrome, misurazione spot o le tecnologie T-Max? Qui, penso, è uno dei punti di Colberg che ha bisogno di un pò più chiarezza. Non credo che la tecnologia in realtà “guida” il cambiamento culturale, come insinua Colberg. Certamente può cambiare metodi di lavoro e le possibilità linguistiche. Si potrebbero ottenere colori più profondi e ricchi da una Kodachrome che da Ektachrome, ma quella era una questione tecnica. Ha fatto veramente cambiare i parametri della fotografia? A parte l’uso eccezionale dei fotografi del National Geographic, ha cambiato molto il mondo “fine art”? Direi di no. Ma, è vero, l’invenzione della macchina fotografica da 35 millimetri Leica ha avuto un’enorme influenza sulla storia della fotografia. Così sembra che alcuni cambiamenti tecnologici influiscono sulla storia e altri meno. L’invenzione del formato 35mm ha avuto effetti mentre l’invenzione del formato 2 pollici e ¼ ha avuto poco impatto. La rivoluzione digitale ha avuto un grande impatto sulla storia della fotografia? Colberg sembra pensare che non abbiamo ancora percepito un gran cambiamento rispetto alle vecchie abitudini analogiche. Direi che la rivoluzione digitale è stata proprio questa. Ha cambiato il modo in cui percepiamo un’immagine. E non è poco.

Quindi, supponendo sia quello il grande passo, può, o dovrei dire, potrebbe la fotografia digitale significare così tanto per il linguaggio fotografico? La mia risposta è sicuramente sì, avrebbe potuto e ha cambiato il significato della fotografia. Ma dove Colberg, e molti con il suo stesso punto di vista, cercano il cambiamento non è dove è necessariamente accaduto. Possiamo capire questa domanda, guardando gli esempi che Joerg Colberg utilizza per illustrare il suo punto di vista. Egli sceglie la gente che, secondo lui, sta cercando di cambiare il significato della fotografia e superare i propri limiti (cosa Colberg trova gratificante e significativa), ma guardando gli stessi autori (Marco Breuer, Gerhard Richter e Matthew Brandt), si potrebbe giungere ad una conclusione molto diversa.

Cerco di riformulare la questione in modo da essere chiaro. Colberg sente (provocatoriamente) che la fotografia contemporanea non è altro che un mix di tradizioni consolidate, ben eseguite, ma molto tradizionale. Sono in pochi a cercare di capire dove potrebbe portarci l’espressione digitale, si limitano solo ad utilizzare la fotocamera digitale per fare foto analogiche più facilmente e in situazioni più difficili (poca luce, per esempio). Ok. Tutto vero. Le macchine fotografiche digitali ci danno molto più libertà nello scattare le nostre fotografie e ci permettono di catturare immagini in posti in cui sarebbe stato davvero impossibile solo pochi anni fa (100.000 ASA non era nella mente di Kodak nella metà degli anni ’80). Afferma inoltre che neppure la manipolazione è molto nuova, è stato fatto dai fotografi dopo l’invenzione del mezzo stesso. Ma c’è una bella differenza tra un paio di fotografi che utilizzano negativi multipli per manipolare le immagini al fine di narrare una storia e milioni di persone che utilizzano Photoshop ogni giorno per modificare il significato delle immagini attraverso la manipolazione. La manipolazione digitale cambia il significato stesso dell’immagine fotografica e qui sta la vera rivoluzione che ha già avuto luogo.

L’equivalenza popolare di immagine fotografica = realtà è stata definitivamente alterata. Tutti, o quasi chiunque sia “visivamente letterato”, sa che non può più fidarsi di un immagine per comprendere la realtà. Tutte le immagini sono semplicemente rappresentazioni soggettive. Questa era la base di molti corsi universitari sulla cultura visiva, esplorando il mito della realtà fotografica.

Questa nuova concezione è davvero una nuova realtà, e altera il modo in cui percepiamo il mondo intorno a noi. Ha aperto una questione molto più profonda di come noi oggi attribuiamo significato a ciò che vediamo. In pratica noi non crediamo più ai nostri occhi. La realtà sta diventando un sostituto molto debole per il mondo digitale di perfezione e fantasia. In questo quadro mentale, abbiamo potuto vedere le foto di Doug Rickard, prese direttamente da Google, in una luce molto diversa. Colberg confonde lanovità con il significato o equivoca uno sforzo relativo con qualche tipo di giudizio sul valore di ciò che è stato realizzato.

Quella che ha già avuto luogo è un’incredibile rivoluzione. Molti fotografi negli ultimi venti o trenta anni hanno eluso questo imminente cambiamento (Sandy Skoglund, Cindy Sherman), ma la fotografia digitale l’ha reso una realtà sconvolgente. Il punto è che non necessariamente vedi gli effetti di questo cambiamento nelle gallerie d’arte o nelle mostre fotografiche. Qui, come afferma Colberg, il mondo dell’arte ha, come dire, perso la direzione. Per essere un pò più duro, ha perso l’occasione (ha perso il treno).

Mentre i giovani fotografi sono sempre più fotografi smartphone,i fotografi veri, quelli che fanno Fine-Art, quelli con una laurea che devono giustificare la loro educazione, stanno diventando sempre più autistici mentre giocano in piccoli angoli al fine di schivare la rivoluzione che si svolge giorno per giorno al di fuori del loro mondo. Molto spesso, la narcisistica espressione di sé ha preso il posto della definizione di intellettuale. Questo ha impoverito enormemente la fotografia contemporanea ed è qui che, credo, Colberg ha efficacemente puntato il dito.

Ma il superamento dei limiti che Colberg chiede provocatoriamente è, in realtà, già avvenuto. E’, dopo tutto, una questione culturale e non necessariamente visuale. Mapplethorp, come Giotto, era rivoluzionario per le scelte dei soggetti e non necessariamente per le scelte tecniche.

Apprezzo molto quello che i fotografi, citando positivamente Colberg, stanno facendo, ma il loro lavoro non sta spingendo i limiti della fotografia digitale anche lateralmente, sta semplicemente giocando con la tecnica e il suo impatto visivo con l’eterna relazione tra segni grafici e inconscio. Semiotica inconsapevole. Questo è ciò che l’Espressionismo Astratto ha fatto nei primi anni ’50 nel mondo della pittura, è anche ciò che antichi ceramisti sumeri hanno fatto 4000 anni prima della nascita di Cristo, quando hanno decorato pentole e utensili quotidiani con segni astratti, percepiti come un modo di dare agli oggetti in questione un valore e significato sovrannaturale, che trascende la banalità della vita quotidiana. Ci sarà sempre un mercato di strumenti visivi che ci permettono di esplorare noi stessi.

La fotografia ci ha aiutato a dare un senso a quello che è successo intorno a noi. Ci ha aiutato a scoprire il mondo. Oggi, spesso ci fa sbadigliare. La superficialità di molte immagini è dovuto ad alcuni dei fattori di cui Colberg parla; curatori ed editori che cercano di inventare o trovare valore interpretando le immagini che trattano o che sono invitati a trattare; fotografi che non esplorano a sufficenza qualcosa di nuovo che non sia la loro infanzia, fanciullezza o cortile. La reale perdita è che anche loro non vedono molto significato neanche lì.

Edward Rozzo



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Giulia Bianchi July 26, 2012 at 20:12

e' difficile commentare questi pensieri, sono tutti spunti interessantissimi e così vasti che bisognerebbe scrivere (un'altro?) libro sull'argomento.
Partendo proprio dal fatto che non mi sento preparata per farlo, voglio condividere una una serie di riflessioni assolutamente personali, il modo in cui mi sento io oggi rispetto alla mia passione, al mio medium, e ai miei tempi.
i punti di cui scrivero' sono la mia esperienza con la rivoluzione digitale e con "la fotografia DOPO il mercato della fotografia".

la rivoluzione digitale:
io ho studiato informatica all'università e ho lavorato nel settore tecnologico 12 anni prima di lavorare come fotografa. dovrei essere uno di quegli individui che creano un ponte tra la tecnica e l'arte. dovrei sapere cosa oggi i computer possono fare e usarli per creare nuove esperienze estetiche artistiche espressive. Ebbene, non posso. Non ci riesco, non mi interessa. Sono cresciuta in un mondo che si poteva toccare, dove ci sia annoiava e si andava lenti, dove céra tempo per pensare, appassionata di arte di scrittori di libri di fantascienza di tragedia di cinema. La tecnologia ha portato un sacco di cose positive nella nostra vita, ma allo stesso tempo credo dovrebbe esistere una ecologia della tecnologia, una educazione a come usarla e non farsi usare… a come non sviluppare problemi di salute e psicologici con lúso forsennato della tecnologia. (La tecnologia allínterno del capitalismo e' preoccupante, la tecnologia come risposta alla nostra solitudine)
Oggi ho 34 anni e scatto ancora foto con una macchina di legno. Nel mio ultimo progetto, scatto foto di foto. creo collage tridimensionali con le mie mani, li assemblo e dipingo, e li fotografo con il banco ottico e stampo in camera oscura. Sono come enormi plastici di centinaia di foto prese da google e stampate su carta, per creare un nuovo mondo e riessere fotografate. e' il progetto FOLLE della mia mente che cerca di trovare un senso in questa massiva valanga di informazioni disponibili in rete… ed e' il progetto folle del cercare di capire questa complessità, prendere immagini digitali e crearne un oggetto toccabile guardabile.
Non posso esprimere il futuro del medium, posso solo esprimere come mi sento… e mi sento spaventata. e credo che se sono sincera, questa sincerità può' essere un po' stupida ma ha dignità. Si, c'é una nuova tecnica disponibile, ma non ho il cuore di abbracciarla. forse chi nasce oggi in questo mondo tecnologico superveloce rumoroso sapra' come navigarlo meglio di me. nonostante i miei studi sono reticente e spaventata, per questo ritorno ad un mondo che posso toccare e dove posso esercitare una parte diversa della mia intelligenza. thinking through making.

Flickr e Google e Ipstamatic sono probabilmente l'invenzione artistica più interessante degli ultimi 30 anni, e loro saranno nei libri di storia per avere cambiato la società.

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Giulia Bianchi July 26, 2012 at 20:12

(continua) Invece che parlare di fotografia dopo la fotografia parlerei di fotografia dopo il mercato della fotografia:
E' quel mercato che spinge continuamente per la novità, per quello che non e' stato ancora visto fotografato, per il nuovo, con una ossessione che mi ricorda la pornografia. non si guarda più -spesso- alla dignità o all'etica e alle intenzioni del lavoro, non si guarda alla rilevanza storica o sociale.
Io ho studiato negli stati uniti, fotogiornalismo e documentary.
Come giovane fotografo la prima cosa che ti viene detta e': "e' già' stato tutto fotografato, I'm sorry. meglio ti venga una idea FIGA se vuoi fare un progetto." Ora, io non sono al corrente di giornalisti (invece che fotogiornalisti) a cui sia stato detto "e' già stato tutto scritto, I'm sorry." come se il mondo fosse fermo, come se la storia non stesse andando avanti. Credo che la fotografia come medium legato alla realtà continui ad avere un valore storico e sociale quando mostra storie che hanno rilevanza storica e sociale. prima di essere buoni fotografi, bisognerebbe essere buoni cittadini!
Scusate se cito, ignorantemente, il Vaccari: a me questo mercato della fotografia preoccupa perché decide cosa ha valore e cosa no, sembra OGGI che lo stile sia l'unica cosa che conta… e il narcisismo e il successo dei fotografi. Lo so questa affermazione non piacerà a molti… Il culto delle foto/opera d'arte e' stato sostituito dal culto del fotografo: pare che una foto ormai valga tanto quanto un'altra. la foto più' importante negli stati uniti l'anno scorso, pare sia la foto della morte di Bin Laden, perché non essendo stata mostrata ha riempito di incubi l'inconscio collettivo. il punto e' che tutto viene consumato così' velocemente…. cito Walter Benjamin da ignorante…. la massa distratta, gli editori soggettivi… il flusso di immagini e' continuo e implacabile. allora quando ci fermiamo veramente a guardare foto? perché la foto del triciclo di Eggleston e' incredibile? Non sono più' le foto. non sono i prodotti. ci innamoriamo dell'artista. ci immaginiamo la sua vita. ci nutriamo della fantasia della sua vita… e come fotografi amanti della fotografia sappiamo bene questo, e noi stessi aspiriamo a divenire celebrità. la maggior parte degli studenti di fotografia che ho conosciuto sono più interessati al successo e alla celebrità e pubblicazione, che sono nel FARE il lavoro.

Come fotografo oggi nelle scuole qui a New York, mi viene spiegato cosa e' una buona foto e cosa no, cosa e' una buona composizione e cosa no, e questi insegnamenti (orrendi) non fanno altro che creare fotografi tutti uguali come TIMBRI che seguono la moda del momento cercando di essere "unici" all'interno di quello spectrum.
mi viene richiesto di essere un designer: di fare una foto FIGA, che contenga una luce spettacolare, che contenga patterns-design-effetti, che sia consistente, che sia unica, che non sia mai stata vista prima, che implementi una qualche FORMULA MAGICA ARGUTA cosicché anche una galleria sarà interessata a mostrare il lavoro, che sia in film per far vedere che tecnicamente sono capace etc.
mi spaventa vedere come da una parte il fotogiornalismo ha cliché orribili, come quelli di un'Africa che viene rappresentata ancora come continente barbaro…. in toni grigi e neri e grandangoli per aumentare l'effetto drammatico… dall'altra parte il fine art viene depurato di espressioni, tutto e' awkward, pulito, oggettivo e super reale .
e' vero quanto dice Edward, il fine-art oggi cerca di differenziarsi dal resto della fotografia per la tecnica per la grandezze per l'argutezza, cercano di schivare la "rivoluzione" e il popolo, cercano di motivare il loro privilegio. E tutti vogliono dalle foto un qualche piacere immediato estetico, emotivo, visuale o concettuale. un piccolo orgasmo mentale che duri lo split di un secondo.
Mi fa paura il privilegio, mi fa paura qualcuno che pensa di avere entitlement / il diritto di dirci cosa e come dovremmo guardare. mi fanno paura i bianchi che guardano i neri e i ricchi che guardano i poveri, gli americani che guardano l'esotico del resto del mondo. Probabilmente la fotografia che mi interessa di più oggi e' propria quella che sconvolte questo paradigma.
mi fa paura la grande bugia che dice che non cé più niente da scoprire al mondo. mi fa paura l'USO ludico e distratto dellárte e del mondo. mi fa paura il nostro IO narcisista che accecato dal voler avere successo non si impegna più in una ricerca vera del proprio senso della vita e dell'arte, della conoscenza e della esperienza del mondo.

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The Visual Experience su Facebook July 26, 2012 at 22:28

Giulia Bianchi commented on The Visual Experience:

e’ difficile commentare questi pensieri, sono tutti spunti interessantissimi e così vasti che bisognerebbe scrivere (un’altro?) libro sull’argomento.Read more …

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The Visual Experience su Facebook July 26, 2012 at 22:28

Giulia Bianchi commented on The Visual Experience:

(continua) Invece che parlare di fotografia dopo la fotografia parlerei di fotografia dopo il mercato della fotografia:
E’ quel mercato che spinge continuamente per la novità, per quello cheRead more …

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Edward Rozzo September 20, 2012 at 10:23

Cara Giulia, certo, butti un tale quantità di temi sul tavolo, ci vorrebbe un anno di studio per iniziare a rispondere a tutti. Grazie per la tua profonda onestà emotiva e per la sincerità dei tuoi commenti. Tocchi tanti punti salienti che, visti da lontano, si legano all'antropologia contemporanea, alla sociologia post-moderna. Dovresti leggere Anthony Giddens "Modernity and Self-Identity", Benjamin Barber's "Consumed" and/or Zigmunt Bauman's "Liquid Modernity". Questi sono tutti testi base per capire la società contemporanea. Tutte le tue domande sono spiegate in questi libri. Ma per rispondere, capisco profondamente il tuo disaggio. Non devi disperare. Sei di fronte ai valori, o mancanza di, della società contemporanea. È vero, il mondo ha cambiato e non tutti i cambiamenti sono positivi o comprensibili. Nel passato c'era più tempo per capire le cose, la distinzione tra fotografia commerciale e fotografia espressiva era un po' più netta, ogni uno si sentiva un po' più sicuro di oggi. Ma se gratti un po', neanche nel passato esisteva quel tempo o quelle sicurezza. È solo che tu ti sei cresciuta in quell'ambiente di qualche anno fa e ti sei abituata a quei tempi e quei valori. Non perdere speranza, li puoi ritrovare totalmente in te stessa. La società ha cambiato meno di quanto credi, sei tu che sei molto più "aware" oggi e quindi ti urtano le discordanze, i conflitti, gli interessi beceri e l'ignoranza culturale, ma è sempre stato lì nel mondo reale. La disuguaglianza è sempre stata in qualsiasi società solo che oggi, sappiamo molto di più, vediamo e capiamo molto di più e molto più velocemente. Quindi, i tempi per ingerire tutti questi fatti si sono ridotti perché c'è sempre più informazione in arrivo e noi subiamo l'overload, il sovracarico del sapere. Questo è il conflitto di base. Perché non abbiamo più tempo per fare quello che riteniamo giusto? Semplicemente perché stiamo cercando di vivere sempre di più nello stesso tempo che una volta si viveva più semplicemente. Il cambiamento di gusto alla quale fai riferimento, il gusto della foto FIGA oppure della notizie BOMBA, è la faccia superficiale della sovracarica d'informazione che subiamo. La risposta non è di sognare un'epoca del passato che, di fatto, non è mai esistito, ma di trovare un'equilibrio interno che ti permette di affrontare gli interessi beceri e l'ignoranza culturale che ci circonda. La fotografia può aiutarti trovare questo equilibrio. È per quello che abbiamo creato The Visual Experience. Crediamo che ogni uno DEVE trovare quel equilibrio e sappiamo che attraverso il linguaggio fotografico si può arrivarci. Comunque, if you ever come to Milano, stop in and say hello! Io ci sono nato e cresciuto nella città di New York, capisco come ti può sovracaricare di emozioni e banalità, di povertà e di potere. Coraggio, sei sulla strada giusta.

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