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Perché la mia stampa è più scura di come la vedo su schermo? Come mai i grigi che ottengo non sono quelli che mi aspettavo? Questi sono in genere gli interrogativi che si affacciano alla mente dopo aver deciso di fare il salto verso il mondo della stampa autoprodotta. Salto che per molti diventa quasi obbligatorio: i costi – certamente ridotti – di molti service di stampa, online e offline, spesso non soddisfano professionisti ed amatori evoluti alla ricerca di una buona riproduzione tonale e sensibili alla qualità delle carte. Decidere quindi di investire su una stampante fotografica diventa quasi un passaggio obbligato.

Cerchiamo comunque di definire meglio le cose: una stampate fotografica ‘seria’ è una stampante con almeno 6 colori e con dei costi di esercizio ragionevoli (attorno ad un euro per una stampa A4, prezzo questo destinato ad abbattersi notevolmente nelle macchine di maggiore dimensione per scendere a circa 30 centesimi di solo inchiostro). Dubitate di stampanti fotografiche a basso costo e con poche testine: la loro qualità finale e il loro costo per fotografia stampata ne fa in genere strumenti utili solo per chi ha volumi molto bassi (20-30 stampe al mese) e non troppo esigente nel giudizio di qualità finale.

A proposito della qualità finale vorremmo qui sfatare un mito: le stampanti di ultima generazione, a partire dalla gloriosa Epson 3800, sono assolutamente in grado di reggere il confronto con macchine di tipo Lambda Durst anche nella stampa a finalità fine-art, destinata ad istituzioni museali. Anzi, per certi versi, dato che la gamma tonale che sanno restituire è più ampia delle pregiate Lambda (ma anche di Chromira e Lightjet), sono persino più indicate in fotografie “difficili” quanto a gamma tonale. Grandi fotografi si sono ormai convinti di questo decidendo per stampe a pigmento di lavor importanti (ad esempio, recentemente, Eggleston).

Il problema è che, in genere, chi compra una discreta stampante, di un prezzo che orbita attorno ai mille euro, crede di aver risolto. Ma non basta affatto. Il mezzo può avere anche delle buone potenzialità ma richiede, obbligatoriamente, qualcos’altro.

In ordine di importanza:

  1. Un monitor di discreta qualità
  2. Un calibratore per il display
  3. Uno spettrofotometro

Il tutto perché prima di decidere (e giudicare) se il risultato della stampa ci soddisfa dovremmo avere almeno la certezza di cosa stiamo stampando. E la maggior parte dei monitor in giro, come molte delle Tv che si vedono negli ipermercati, sono tarati per ‘stupire’: super luminosità, mega contrasto, rossi “Ferrari”.

Tutto inutile ai nostri scopi. Una stampa, per definizione, non assomiglia neanche da lontano ad un LCD o LED: è carta, non è retroilluminata, ha una risoluzione enormemente maggiore (300/360 dpi vs 72!) e spesso non si espone al sole ma a sorgenti luminose a 3500K.

Quindi piuttosto che scegliere un monitor con super valori bisogna verificare che sia possibile scendere in luminosità e contrasto, ed attestarsi ad un valore tra 90 e 120 candele, a seconda della luminosità dell’ambiente. E come misurare questo valore? Con uno calibratore per il display. Una sonda che si applica sul monitor e, leggendo luminosità e colori riprodotti, suggerisce gli aggiustamenti da apportare e, per i monitor di fascia alta, consente correzioni automatiche.

Aggiustate queste due condizioni e quindi, reso il monitor molto meno bello da vedere (tipicamente definito “Buio”), si inizia a risolvere il primo problema reale: la differenza di luminosità tra la stampa e quello che si vede a schermo. La differenza cromatica è normalmente più difficile da risolvere. Un buon monitor, con copertura >90% della gamma cromatica AdobeRGB, e con una LUT a 12 bit, costa in partenza attorno ai 1.000 euro. Ecco quindi che al costo di partenza della stampante si trovano magicamente affiancati due costi non previsti: monitor e calibratore.

Abbiamo finito? No, affatto. Il rapporto tra la carta e la stampante, assicurato che stiamo inviando quello che vorremmo, completa il quadro. Per un caso del destino i migliori produttori di carte non equivalgono ai migliori produttori di stampanti. E quindi, in genere, ci si trova a far convivere due mondi diversi il cui trait-d’union è il profilo per la stampa. Ogni produttore di carte e di stampanti rilascia dei profili che aggiustano, in parole povere, le quantità di inchiostro spruzzato per ogni tipologia di carta e di macchina. In genere questi profili non danno risultati davvero soddisfacenti. Questo perché, per quanto prodotte industrialmente, ogni singolo mezzo è diverso e sono diverse le condizioni operative, umidità, altitudine, temperatura.

Ed è per questi motivi che la cosa migliore è o acquistare una stampante con uno spettrofotometro integrato oppure ricorrere ad una soluzione sul mercato che consenta di poter autoprodursi un profilo di stampa personalizzato. I costi ovviamente lievitano ancora. Per questo occorre essere sicuri di voler intraprendere la strada della stampa inkjet: grande flessibilità ed autonomia, ottime potenzialità nei risultati finali, costi per stampa più contenuti (ma solo per macchine di grande dimensione, da 60 cm in su), ma costi iniziali “insospettabili” e collegati al resto della Digital Darkroom.

Poi, per ottenere un buon risultato finale, un bagaglio di conoscenze che The Visual Experience può aiutarvi a fornire con i sui corsi “The Perfect Print” nei moduli 1, e 2.

Massimo Cristaldi



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